La controversa legge ‘anti-kebab’ delle Marche: implicazioni e impatto sui centri storici italiani

Cammino in un vicolo di provincia e l’aria cambia a ogni passo: profumo di forno, spezie che scaldano, chiacchiere che rimbalzano sotto le pietre antiche. È qui, tra insegne nuove e archi medievali, che la proposta di legge “anti‑kebab” delle Marche prova a mettere ordine. Ma che città vogliamo davvero, quando scegliamo cosa può aprire e cosa no?

La proposta marchigiana fa discutere. Il testo, ancora in iter, apre ampi spazi di discrezionalità ai sindaci nella regolamentazione delle attività ristorative nei centri storici. L’obiettivo dichiarato è la tutela del contesto urbano. La preoccupazione diffusa è un’altra: chi decide il confine tra tutela e chiusura? E con quali effetti sulle strade dove camminiamo ogni giorno.

La cornice non è nuova. Diverse città hanno già sperimentato limiti alle nuove aperture nell’area UNESCO o nei borghi antichi. Si parla di controllo su insegne, vetrine, orari, modalità di somministrazione, e talvolta su tipologie merceologiche. In alcuni casi i ricorsi al TAR hanno chiesto paletti più chiari. Il nodo è sempre lo stesso: come scrivere regole uguali per tutti, senza trasformarle in bersagli contro format “etnici” o da asporto.

Cosa prevede la proposta marchigiana

Il testo, per come circola nelle bozze, affida ai Comuni strumenti più forti per contenere nuove aperture che non si integrano col contesto. Si invocano criteri come decoro urbano, tutela del patrimonio, carico di rifiuti, flussi pedonali, impatto su rumori e odori. Alcuni dettagli applicativi non sono ancora pubblici o definitivi. È quindi corretto parlare di impostazione, più che di divieti già scritti.

Il punto vero emerge a metà strada. Una discrezionalità così ampia rischia un mosaico di ordinanze: regole diverse a pochi chilometri di distanza, incertezza per chi investe, contenziosi dietro l’angolo. E, soprattutto, il pericolo di colpire per simboli. Non il vetro della vetrina, ma il kebab. Non la friggitoria senza filtri, ma il falafel. La città diventa campo di battaglia identitario, mentre gli spazi sfitti aumentano e i servizi di prossimità arretrano.

Tra tutela del patrimonio e vita quotidiana

I residenti chiedono sonno, pulizia, misure contro l’affollamento turistico. Sono richieste legittime. Gli amministratori devono gestire rifiuti, sicurezza, equilibrio tra funzioni. Dall’altra parte c’è un tessuto di microimprese, spesso familiari o di seconda generazione, che riattiva locali chiusi e porta lavoro. Gli osservatori di settore segnalano che l’asporto è cresciuto dopo la pandemia. Bloccarlo a prescindere non ferma il degrado. Al contrario, può lasciare vetrine spente.

La storia recente offre un indizio utile: quando i Comuni hanno investito su regole di qualità e non su menù vietati, il risultato è stato migliore. Piani del colore, incentivi alle filiere locali, linee guida su arredi, filtri per fumi, raccolta differenziata obbligatoria, controlli veri sugli orari. Si può chiedere a chi apre di rispettare la forma del luogo, senza imporre la ricetta nel piatto.

Mi è capitato ad Ascoli, in una sera d’inverno: un locale di olive all’ascolana accanto a una griglia siriana. Due code, nessuna rissa, profumi che non si coprivano. Funzionava perché c’erano regole semplici e chiare. Illuminazione sobria. Differenziata in vista. Tavolini contati. Vigili presenti.

La legge “anti‑kebab” delle Marche ci sfida qui: siamo capaci di scrivere norme che proteggono la bellezza e la convivenza, senza scivolare in scorciatoie identitarie? Forse la risposta sta in tre verbi concreti: misurare, sperimentare, correggere. Pilota in due quartieri, indicatori pubblici su rumori e rifiuti, revisione annuale. E poi lasciare che siano le strade a parlare. Perché una città viva si riconosce a naso: profuma di tradizioni che resistono e di novità che imparano a stare al loro posto. Non è questo l’orizzonte che vogliamo?