File di persone in tuta d’oca sotto il vento. Un sogno alto come il cielo che si fa folla, prezzo, attesa. E la voce di Simone Moro che rompe il brusio e chiede: sai davvero dove stai andando?
C’è un’immagine che ormai conosciamo tutti: la coda sul Everest, la linea di caschi che serpeggia verso il cielo come all’ora di punta al casello. L’alpinista e pilota di elicottero Simone Moro ironizza: “Non c’è più bisogno di andare in posta per trovare la fila”. Dietro la battuta c’è l’allarme. L’Everest è diventato un pacchetto di turismo d’avventura, venduto come una prova di coraggio con vista sul tetto del mondo. Solo che il mondo lassù non perdona.
Nel 2023 il Nepal ha concesso un numero record di permessi a stranieri per la cima; negli anni recenti le stagioni sono sempre più affollate e le finestre meteo sempre più strette. La foto della “traffic jam” del 2019 è iconica: centinaia di persone imbottigliate tra il Balcone e l’Hillary Step. È un dato verificabile e non un’iperbole. È anche l’orizzonte di chi sogna: “Se ci vanno in tanti, posso farcela anch’io”. Qui si apre la crepa.
Moro è chiaro: molti neofiti non sanno cosa rischiano. “Si sale a piedi e si scende a piedi. Ed è per quello che basta poco per morire”, dice. Sembra brutale, ma è la frase che chiude la distanza tra immaginario e realtà. Oltre gli 8.000 metri, nella cosiddetta zona della morte, il corpo si spegne. L’ossigeno supplementare aiuta, ma non risolve. La acclimatazione serve, ma non basta se non hai gestito freddo, quota, fame, paura. E nessun soccorso in elicottero ti viene a prendere vicino alla cima: in condizioni operative reali i velivoli si fermano molto più in basso, spesso tra Campo 1 e Campo 2. Sopra, restano le gambe e la lucidità.
Quando l’avventura diventa routine commerciale
Il mercato ha fatto il suo mestiere: ha semplificato la logistica, ha messo tende riscaldate, cuochi, medici, connettività. Squadre di Sherpa tracciano la via, posano corde, portano bombole. In parte è un progresso: più lavoro locale, più standard condivisi. Però c’è l’effetto collaterale. La “sensazione di sicurezza” diventa merce. Si compra l’idea che basti pagare per spostare il confine. E allora capita che si parta senza saper usare i ramponi sul ghiaccio blu, senza aver fatto un recupero da crepaccio, senza aver affrontato una notte a -30 su un 6.000. Fino a che il freddo non entra nelle mani e ti porta via la presa.
I numeri ricordano che la montagna non è un videogame. In alcune stagioni recenti il totale dei decessi è salito in doppia cifra. Le statistiche ufficiali oscillano di anno in anno, e su un punto non ci sono dati certi: quante rinunce avrebbero evitato incidenti legati all’affollamento. Non serve gonfiare i toni: basta dire che, con più persone sulla stessa finestra meteo, aumentano i tempi di attesa in quota, si consumano bombole, cala l’attenzione. È aritmetica, non dramma.
Cosa significa davvero essere pronti
Essere pronti non vuol dire solo “allenati”. Vuol dire avere esperienza su 6.000 e 7.000 metri, saper girare i tacchetti dei ramponi nel seracco, gestire una crisi di panico al buio, riconoscere i segni di un edema e tornare indietro. Vuol dire scegliere operatori che limitano i numeri, che programmano rotazioni di acclimatazione sensate, che non promettono l’impossibile. E accettare che il successo non si compra. Lo insegnano gli alpinisti seri e gli stessi Sherpa, che quella montagna la trattano come una persona, non un traguardo Instagram.
Resta una domanda, allora. Se l’Everest è insieme parco giochi e trappola, che cosa cerchiamo lassù davvero? Forse una risposta sta nel passo fatto bene quando tutti hanno fretta: lento, lucido, umile. Il contrario di una fila. Il contrario dell’illusione che qualcuno, con un elicottero, possa salvarci proprio quando servirebbe di più. La montagna non urla: sussurra. Chi vuole ascoltarla, prima di partire, spenga il rumore.