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Escursionisti Marchigiani Dispersi nelle Dolomiti per Cinque Giorni: Ritrovati Vivi tra Pordenone e Belluno

Cinque giorni di silenzio tra rocce, mughete e temporali improvvisi. Due escursionisti marchigiani spariscono nel cuore delle Dolomiti, mentre famiglie, squadre e lettori trattengono il fiato. Le ricerche stringono il cerchio, finché un punto sulla mappa accende una speranza concreta.

Non è una storia lontana. È la storia di Davide Cesaroni e Chiara Pesaresi. Marito e moglie, in montagna dal 2 luglio. Poi il vuoto. Niente chiamate. Nessun messaggio. Solo il silenzio dei boschi tra Pordenone e Belluno, dove i sentieri tagliano il fianco della roccia e basta una nuvola bassa per cancellare i riferimenti.

I primi giorni sono sempre i più lunghi. Chi vive la montagna lo sa. Le ricerche partono presto, ma la montagna non dà sconti. Segnale telefonico a singhiozzo. Pioggia improvvisa nel pomeriggio. Ghiaioni che scivolano sotto gli scarponi. In quell’area di confine, aspra e bellissima, bastano poche centinaia di metri per passare da un bosco fitto a un versante esposto. Il tempo cambia in dieci minuti. La luce cala quando non te l’aspetti.

Fin qui, nessuno aveva notizie certe sul loro itinerario. Nessuna conferma su bivacchi o passaggi obbligati. Solo un dato: l’ultima traccia utile risaliva al 2 luglio. E una zona “impervia”, parola che in quota significa canaloni, sassi mobili, frane antiche.

La ricerca e il ritrovamento

Poi arriva la svolta. Davide e Chiara vengono ritrovati vivi in un’area difficile tra le province di Pordenone e Belluno. È il punto per cui si lavora giorno e notte: far coincidere indizi sparsi con un luogo preciso. A oggi non sono stati diffusi dettagli clinici completi, né il punto esatto del ritrovamento. Sappiamo però che la macchina dei soccorsi ha fatto quello che fa sempre, con metodo: triangolazioni possibili del segnale, perlustrazioni mirate, droni e elicotteri quando il meteo lo consente, squadre del Soccorso Alpino a terra che avanzano lente ma sicure.

Non è retorica. Nelle Dolomiti una notte all’aperto, anche a luglio, può significare temperature sotto i 10 gradi in quota, vento teso nei canaloni e nebbia che spegne la visuale. La differenza la fanno esperienza, attesa e piccole scelte: una giacca in più, una borraccia piena, un riparo improvvisato. La differenza, spesso decisiva, la fanno anche i soccorritori che conoscono i segni minimi lasciati su un terreno: un’impronta umida, una pietra smossa, un taglio nella vegetazione.

Sicurezza in montagna: cosa impariamo

Ogni cronaca così ci rimette in tasca gesti semplici: Lasciare scritto il percorso e l’orario di rientro. Portare mappa offline, power bank, fischietto e strato termico anche d’estate. Verificare il bollettino meteo del giorno, non quello della sera prima. Tenere sempre acqua e sali; decidere in anticipo il punto di “turn back”. In caso di bisogno, chiamare il 112 e restare fermi: chi si muove a caso rende la localizzazione più difficile. Usare app dedicate alla chiamata d’emergenza quando disponibili, senza sostituire il buon senso. Affidarsi al CNSAS e alle indicazioni dei rifugi; chiedere è prudenza, non debolezza.

Su Davide e Chiara restano domande aperte. Dove hanno passato le notti? Cosa li ha trattenuti? Al momento non ci sono conferme pubbliche su questi punti. E va bene così. Intanto, l’informazione che conta è chiara e pulita: due persone sono tornate. La montagna, oggi, ha restituito due voci.

E allora viene spontaneo chiedersi: quando posiamo il piede sul prossimo sentiero, sapremo tenere insieme libertà e misura, meraviglia e prudenza? La risposta, forse, è nel primo respiro che facciamo all’alba, quando tutto sembra possibile e scegliamo, con calma, da che parte andare. In quel gesto c’è già metà del nostro rientro. E di chi aspetta a casa.

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