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Trump senza freni: da Meloni a Papa Leone, ecco l’elenco delle sue ‘vittime’ preferite

Dalla pedana dei comizi al feed di X, il repertorio di attacchi di Donald Trump scorre come un rosario stonato: nomignoli taglienti, stoccate improvvise, bersagli che cambiano di settimana in settimana. È un linguaggio che divide, accende, mobilita. Ma lascia segni profondi, anche quando sembra solo rumore di fondo.

C’è chi parla di “nuovo episodio” dopo le presunte offese a Giorgia Meloni. Al momento, però, non circolano riscontri pubblici e verificabili: niente trascrizioni ufficiali, nessun audio confermato. Se emergeranno prove solide, andranno lette nel contesto. Intanto, guardiamo al quadro più ampio: questa modalità non nasce oggi e non si ferma a un nome.

Il metodo: soprannomi, cornici, ritmo

Lo schema è collaudato. Etichettare, ripetere, dominare l’attenzione. “Crooked Hillary”, “Sleepy Joe”, “Little Rocket Man”: i soprannomi di Trump funzionano come marchi. Semplificano il campo di gioco e lo piegano al proprio frame. In tv, nei dibattiti, sui social, il ritmo è martellante. Al dibattito del 2016 spuntò il “nasty woman”; nel 2015 la frase sugli immigrati messicani “rapists” segnò la partenza della campagna.

C’è anche il gusto per l’affronto personale: su John McCain disse “mi piacciono le persone che non si fanno catturare”, frattura netta in casa repubblicana. Nel 2018 un commento volgare su Stormy Daniels (“horseface”) confermò la cifra di un attacco ad personam normalizzato. Non mancano gli strappi geopolitici: “Little Rocket Man” per Kim Jong Un, prima del sorprendente giro di aperture diplomatiche.

Una mappatura indipendente ha contato oltre 600 bersagli colpiti da insulti o epiteti spregiativi su Twitter/X tra il 2015 e il 2021. Un archivio che racconta più di mille editoriali: l’offesa non è incidente, è strumento.

Bersagli preferiti: leader, media, istituzioni

Gli alleati di sempre diventano valvole di sfogo. Al G7 del 2018 Trudeau fu “very dishonest & weak”. Con Theresa May e Angela Merkel frizioni continue su NATO e commercio. Su Papa Francesco, nel 2016, arrivò il botta e risposta sul “muro”: il Papa parlò di ponti, Trump reagì accusando interferenza. A proposito di “Papa Leone”: non esistono episodi noti o verificabili che lo riguardino; il riferimento corretto è a Francesco.

Nel mirino anche le istituzioni di casa. I mediafake news” e “nemici del popolo”, il giudice Gonzalo Curiel criticato per “origini messicane” in un caso che lo riguardava, il sindaco di Londra Sadiq Khan bollato “stone cold loser”. Sul fronte culturale, frecciate a Greta Thunberg. Ogni attacco delimita un dentro e un fuori, un noi e un loro.

Qui vale una nota di metodo: non tutto è scolpito nel marmo. La frase sui “paesi di m…” del 2018 è stata attribuita da presenti a una riunione, mentre la Casa Bianca negò la versione. Quando i fatti sono contestati, conviene trattenere il giudizio e tenere il punto sui dati certi.

Cosa resta a chi legge? La sensazione di una lingua che non cerca solo consenso, ma obbedienza emotiva. Nei palazzetti gremiti i soprannomi diventano coro; online si trasformano in meme, hashtag, identità. È efficace, sì. Ma a quale prezzo per il tessuto civile? La politica come ring ha luci abbaglianti. Quando si spengono, però, ognuno torna a casa con le proprie parole nelle orecchie. E sono quelle, non gli applausi, a fare compagnia più a lungo.

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