Una caccia ai mostriciattoli digitali che finisce per ridisegnare il cielo: il confine tra gioco e tecnologia militare è più sottile di quanto pensiamo. Un nuovo rapporto riporta che le immagini raccolte da app di realtà aumentata potrebbero avere un ruolo nell’addestramento dei droni. Non è fantascienza, è la traiettoria naturale dei dati quando escono dalle nostre tasche.
Ricordo quell’estate. Tutti con lo sguardo sul telefono, a cercare un Charizard dietro l’edicola. Con Pokémon Go è stato facile scordarsi una cosa semplice: ogni volta che apriamo un’app del genere, lasciamo una traccia. Coordinate, tempi, percorsi. E, quando attiviamo l’AR, persino uno scorcio del mondo davanti a noi.
Non serve parlare come un manuale. L’app usa la geolocalizzazione. A volte chiede una scansione breve di un luogo: una fontana, una statua, la facciata di un bar. Queste “missioni AR” non sono casuali. Servono a costruire mappe visive che rendono più stabile l’effetto realtà aumentata. In parole semplici: il gioco “riconosce” l’angolo esatto della piazza per piazzare un Pikachu dove lo vedi tu e anche chi arriva dopo.
Nel tempo, aziende come Niantic hanno lavorato a sistemi di Visual Positioning per capire dove sei non solo via GPS, ma leggendo l’ambiente: panchine, lampioni, marciapiedi. È il principio che regge la computer vision: l’algoritmo confronta ciò che “vede” con una mappa. Più immagini hai, più la mappa è accurata. E qui entra in gioco il tema che inquieta e affascina: la mappa è neutra, l’uso no.
Oggi i droni non volano solo con il satellite. Per muoversi in strade strette, tra edifici, in assenza di segnale, usano videocamere e modelli visivi. “Vedere per volare” è lo slogan non scritto della navigazione autonoma: confronti fotogrammi in tempo reale con un archivio di immagini e capisci dove sei. Lo fanno nei laboratori universitari, nelle competizioni research, e sì, anche in ambito militare.
Ed eccoci al punto. Un rapporto recente sostiene che i dati visivi raccolti da app consumer di realtà aumentata — incluse quelle simili a Pokémon Go — “potrebbero” alimentare l’addestramento di algoritmi per la navigazione dei droni. Potrebbero, appunto. Non ci sono prove pubbliche che i contenuti dei giocatori passino direttamente a progetti bellici, e non risultano conferme ufficiali di accordi in tal senso. Il documento parla di una possibilità tecnica e commerciale: filiere di dataset acquistati da broker, pacchetti anonimizzati rielaborati da contractor, riusi che sfumano tra civile e difesa.
Qui lo snodo è il “dual use”: una tecnologia utile al gioco, alla pubblicità o alla logistica che, senza cambiare pelle, diventa un vantaggio operativo. Non è la prima volta. Anni fa, le proteste interne in Big Tech contro i progetti di visione artificiale applicati alla difesa hanno mostrato quanto sia poroso il confine. Oggi la questione torna con un ingrediente in più: la quantità di immagini del mondo reale raccolte da miliardi di smartphone.
Cosa possiamo fare come utenti? Intanto riconoscere il valore dei nostri dati. Limitare le scansioni AR non necessarie. Rivedere i consensi in app. Chiedere trasparenza: chi accede a quelle immagini? Per quanto tempo? Con quali garanzie? La buona notizia è che alcune piattaforme hanno introdotto informative più chiare; la brutta è che la filiera dei dati resta opaca.
Forse la scena vera è questa: una piazza al tramonto, due ragazzi che girano con lo zaino, un drone che passa alto, invisibile all’occhio distratto. Siamo sicuri di sapere da chi è fatta la mappa che guida quel volo? E, soprattutto, di volerla scrivere senza accorgercene ogni volta che catturiamo un Bulbasaur?
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