Le chat dovrebbero essere una stanza privata. Per molti, invece, sono un corridoio affollato dove sconosciuti entrano senza bussare. E a volte anche chi ha un volto noto pensa di poter passare lo stesso, infrangendo il confine più semplice di tutti: il consenso.
Nel digitale succede in fretta. Apri i DM. Trovi messaggi non richiesti, proposte esplicite, foto intime non domandate. Lo chiamano spesso “cyberflashing”. È una forma di molestia online. Non fa rumore, ma lascia segni.
La dinamica è sempre la stessa. Chi scrive pensa di poter saltare i passaggi. Chi riceve si ritrova in difesa. La differenza di potere conta. Conta l’anonimato. Conta anche l’idea, tutta sbagliata, che internet sia una bolla senza conseguenze.
Le piattaforme non stanno a guardare. Regole e strumenti ci sono. TikTok e Instagram vietano nudità e comportamenti molesti. Hanno filtri per parole, limiti ai DM, blocco di videocall indesiderate. Ma quando gli invii si moltiplicano, la tecnologia non basta. Serve la comunità. Serve che chi guarda non minimizzi.
Qui entra la voce di Gianpaolo Grammatico. È un creator con oltre 124 mila follower su TikTok. In un video ha parlato chiaro: dice di ricevere ogni giorno molte foto dei genitali non richieste, messaggi volgari, tentativi di videochiamata esplicita. Ha aggiunto di sentirsi in pericolo.
La parte più dura arriva dopo. Secondo il suo racconto, tra chi manda quelle immagini ci sarebbero anche personaggi della TV convinti che la notorietà autorizzi tutto. Al momento non ci sono nomi pubblici né elementi verificabili che identifichino queste persone. È una testimonianza, non una sentenza. Ma il punto, qui, non è il gossip. È l’idea di impunità che scivola addosso a chi ha visibilità, come se fosse uno scudo.
Questa dinamica è riconoscibile. La fama diventa corsia preferenziale. Il contatto diretto con chi crea contenuti si trasforma in occasione per superare confini chiari. È un abuso. Non di cronaca rosa. Di potere.
Ci sono cose concrete da fare. Imposta i DM su “solo amici”. Disattiva le videochiamate dagli sconosciuti. Usa i filtri per le parole e il filtro immagini se disponibile. Blocca chi insiste. Segnala ogni profilo alle piattaforme. Conserva le prove: screenshot, username, data e ora, link ai contenuti. Se la pressione diventa costante o arrivano minacce, contatta la Polizia Postale o un legale.
In Italia esistono norme che toccano questi comportamenti. La legge 69/2019, il “Codice Rosso”, ha introdotto il reato di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti (art. 612-ter). L’invio non richiesto di immagini intime può rientrare in altri reati, a seconda dei casi, come molestie, minacce o stalking. Su questi confini serve precisione: ogni episodio va valutato nel dettaglio.
Di numeri certi, qui, ne abbiamo pochi. Sappiamo però che la sextortion e le denunce per molestie via chat sono in aumento secondo report istituzionali degli ultimi anni. Sappiamo anche che molte vittime non segnalano per vergogna o sfiducia. È lì che la cultura cambia, o si ferma.
Non è una crociata moralista. È più semplice. Parla di privacy, di libertà, di sicurezza digitale per tutti. Vale per Gianpaolo. Vale per chiunque apra le proprie chat col nodo in gola. La domanda è questa: quando smetteremo di considerare “normale” ciò che normale non è, e inizieremo a misurare il rispetto non dai follower, ma da come trattiamo l’altro anche fuori dallo schermo?
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