Intelligenza artificiale e lavoro: lo studio che smentisce l’allarme disoccupazione (ma lancia un segnale sui giovani)

Quando l’intelligenza artificiale generativa è entrata nella vita quotidiana con il lancio di ChatGPT nel 2022, molti analisti hanno immaginato uno scenario radicale: milioni di posti di lavoro destinati a scomparire nel giro di pochi anni.

Le professioni considerate più sicure — avvocati, programmatori, analisti, consulenti — sono state improvvisamente indicate come le più vulnerabili all’automazione.

Computer con visibile sul monitor la scritta AI
Intelligenza artificiale e lavoro: lo studio che smentisce l’allarme disoccupazione (ma lancia un segnale sui giovani) – EliMobile.it

A distanza di tre anni, però, i dati raccontano una storia molto diversa. Una nuova ricerca pubblicata da Anthropic, una delle principali aziende che sviluppano sistemi di IA, ha analizzato milioni di interazioni professionali reali per capire se l’intelligenza artificiale stia davvero sostituendo i lavoratori. Il risultato è sorprendente: non esiste alcuna evidenza di una crisi occupazionale causata dall’IA. Ma questo non significa che il mercato del lavoro non stia cambiando.

Cosa rivela davvero lo studio sull’impatto dell’IA sul lavoro

La ricerca, firmata dagli economisti Maxim Massenkoff e Peter McCrory, introduce un approccio completamente diverso rispetto agli studi precedenti. Negli ultimi anni, molte analisi si sono concentrate su ciò che l’intelligenza artificiale potrebbe fare in teoria, assegnando percentuali di automazione alle diverse professioni.

Il problema, spiegano gli autori, è che la capacità teorica di una tecnologia non coincide con il suo utilizzo reale. Un software può essere tecnicamente in grado di svolgere una determinata attività, ma questo non significa che aziende e professionisti lo adottino immediatamente.

Per questo lo studio utilizza un nuovo indicatore chiamato “Observed Exposure”, cioè esposizione osservata. In pratica misura quante attività lavorative vengono davvero svolte con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, analizzando milioni di conversazioni professionali con il sistema Claude.

Il primo dato che emerge è sorprendente: il divario tra ciò che l’IA potrebbe fare e ciò che fa davvero è enorme. Nel settore informatico, ad esempio, le stime teoriche indicavano che fino al 94% delle attività poteva essere automatizzato o accelerato. Nella pratica, l’utilizzo reale riguarda appena un terzo di queste mansioni.

Questo suggerisce che la diffusione dell’IA nei processi lavorativi è ancora nelle fasi iniziali, proprio come accadde in passato con internet o con l’email, tecnologie che hanno impiegato anni prima di trasformare realmente il modo di lavorare.

Un altro risultato interessante riguarda quali professioni sono più esposte all’uso dell’intelligenza artificiale. Tra le attività dove l’IA è già più presente ci sono programmatori, operatori del servizio clienti, addetti all’inserimento dati, analisti di marketing e analisti finanziari. Al contrario, circa il 30% dei lavoratori americani svolge professioni praticamente non esposte all’automazione, come cuochi, meccanici, baristi o bagnini.

Ma il dato più sorprendente riguarda il profilo delle persone che lavorano nei settori più esposti. Secondo la ricerca, si tratta spesso di lavoratori più istruiti e meglio pagati, con una maggiore presenza di laureati e professionisti. In molti casi sono anche donne, perché le professioni legate alla gestione delle informazioni, alla documentazione o al supporto amministrativo — ruoli dove l’IA è particolarmente efficace — sono storicamente più femminili.

Nonostante queste trasformazioni, però, non emerge alcun aumento significativo della disoccupazione nei settori più esposti all’IA. I ricercatori hanno confrontato i dati occupazionali dal 2016 a oggi e non hanno trovato differenze statisticamente rilevanti tra i lavoratori più esposti e quelli meno esposti alla tecnologia.

Questo non significa che l’impatto dell’intelligenza artificiale sia nullo. Alcuni segnali iniziano già a emergere tra i lavoratori più giovani. Lo studio evidenzia che tra i 22 e i 25 anni il tasso di nuove assunzioni nei settori più esposti all’IA è diminuito, con una riduzione complessiva del 14% negli ultimi anni.

La spiegazione più probabile è che molte aziende stiano iniziando a usare l’intelligenza artificiale per automatizzare le attività più semplici e ripetitive, quelle che tradizionalmente venivano affidate ai neoassunti. Preparare report, analizzare dati di base o scrivere bozze di documenti sono compiti che oggi possono essere svolti da strumenti come ChatGPT o Gemini.

Questo crea un paradosso: i lavoratori esperti sono ancora difficili da sostituire, perché il loro lavoro richiede esperienza, relazioni e capacità di giudizio. Ma i giovani che cercano il primo impiego potrebbero trovare meno opportunità di ingresso nei settori più digitalizzati.

Altri dati confermano questa tendenza. Analisi recenti sul mercato del lavoro americano mostrano che le offerte per lavori più routinari stanno diminuendo, mentre cresce la domanda per competenze analitiche, tecniche e creative.

In altre parole, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale non sta eliminando il lavoro nel breve periodo, ma sta lentamente cambiando la struttura delle professioni e il modo in cui si entra nel mercato del lavoro.

La conclusione dello studio è chiara: la catastrofe occupazionale prevista da molti non si è verificata. Tuttavia il cambiamento è già in corso e potrebbe diventare più evidente nei prossimi anni. Per questo, spiegano gli autori, è fondamentale monitorare i dati nel tempo e adattare formazione, politiche pubbliche e strategie aziendali a un mercato del lavoro sempre più influenzato dall’intelligenza artificiale.

Gestione cookie