C’è una nuova frontiera del confronto politico globale e non passa più soltanto dai vertici diplomatici o dai comunicati ufficiali. Scorre nei feed, si infiltra nei reel, prende forma in immagini create dall’intelligenza artificiale e si diffonde con la velocità dell’ironia.
È una battaglia silenziosa, ma potentissima, dove il linguaggio non è quello delle armi, bensì quello della narrazione visiva.
Negli ultimi mesi, una valanga di contenuti ha invaso la rete: immagini patinate, simboli di dominio, messaggi studiati per costruire l’idea di un potere totale e inarrestabile. Un racconto che non chiede consenso, ma lo impone, puntando dritto all’immaginario collettivo. E come ogni narrazione egemonica, ha generato una reazione. Inaspettata, ma feroce.
Da tempo Donald Trump utilizza i social come una vera e propria estensione del suo progetto politico. Video, post e immagini generate con l’AI costruiscono una mitologia personale fatta di onnipotenza, controllo e confini che si allargano. Nulla è casuale: ogni contenuto è pensato per occupare spazio, orientare l’attenzione, riscrivere la percezione della realtà.
Negli ultimi giorni, questa strategia ha fatto un ulteriore salto di qualità. Immagini di leader mondiali riuniti nello Studio Ovale, mappe ridisegnate, bandiere piantate su territori simbolici. Tra questi, anche volti europei noti come Giorgia Meloni, inseriti in scenari che sembrano più usciti da una graphic novel che da una sala diplomatica.
Un flusso continuo di contenuti che accompagna dichiarazioni sempre più esplicite sulla necessità, per gli Stati Uniti, di “controllare” nuove aree strategiche. Una narrazione che non si limita a suggerire, ma pretende di normalizzare l’idea dell’espansione come destino inevitabile.
È solo a metà di questo racconto che il quadro si chiarisce del tutto. Il bersaglio simbolico di questa offensiva digitale è la Groenlandia. E la risposta non è arrivata con comunicati ufficiali, ma con qualcosa di molto più destabilizzante: il ridicolo.
Migliaia di persone sono scese in strada a Nuuk, sfilando fino al consolato americano con un messaggio semplice e diretto: la Groenlandia non è in vendita. Ma la protesta più efficace si è giocata online. Meme, video ironici, immagini parodiche generate con la stessa intelligenza artificiale usata per intimidire. Orsi polari che inseguono il “ciuffo giallo”, animali artici schierati a difesa dell’isola, slogan ribaltati.
Cappellini rossi con la scritta “Make America Go Away” sono diventati virali, trasformando un simbolo di potere in una caricatura globale. E poi l’idea più brillante: una petizione satirica per “comprare la California”, lanciata da cittadini danesi come risposta speculare alle mire statunitensi. Una provocazione che ha raccolto centinaia di migliaia di adesioni, dimostrando che l’ironia può essere una forma di mobilitazione di massa.
In un mondo iperconnesso, i meme non sono più solo intrattenimento. Sono strumenti politici. Smontano la retorica, tolgono solennità al potere, ne incrinano l’aura di invincibilità. La battaglia non si combatte più soltanto nei palazzi, ma nelle timeline. E forse oggi, più che mai, ridere del potere è uno dei modi più efficaci per impedirgli di diventare intoccabile.
C’è chi li custodisce gelosamente in faldoni ordinati, chi li ammassa in scatoloni polverosi e…
Oggi, 4 novembre, si festeggia la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, ma quest'anno…
Continua la nuova stagione di Belve, talk show targato Rai2 nella quale personaggi illustri dello…
La criminalità in Italia è in aumento nel 2024, con un totale di 2,38 milioni…
Il mondo del calcio è in lutto: nella giornata di ieri è venuto a mancare…
Qualche eccesso e ascolti non stellari. Fatica a decollare la nuova edizione del Grande Fratello,…